Abbiamo deciso di organizzare una scuola per dipingere ciò che sta a destra e in alto della realtà, lasciando le altre zone ad altri ricercatori.
L'uva e il vino
Un uomo delle vigne parlò, in agonia, all'orecchio di Marcela. Prima di morire, le rivelò il suo segreto: - L'uva- le sussurrò - è fatta di vino.
Marcela Pérez Silva me lo raccontò, ed io pensai: Se l'uva è fatta di vino, forse noi siamo le parole che raccontano quello che siamo.
Eduardo Galeano - Il libro degli abbracci
"L'odio è una torre incrollabile, una colonna di fuoco. La sua mera energia incandescente può alimentare giorni e giorni di stizza, notti e notti di rancore. L'odio è imperituro."
Cosa si fa, allora, quando l'odio è il sentimento più rappresentativo di quello che proviamo per noi stessi?
ho conosciuto un uomo. non un ventenne in fregola davanti al miraggio della nave scuola, non un futuro emigrante in fregola davanti al miraggio del passaporto, un uomo. il primo, nella mia pluriennale esperienza, ad incarnare lo stereotipo dello spagnolo gnocco. bruno, occhi nerissimi e denti bianchissimi. suona la fisarmonica. vive in una caverna come i trogloditi, che è praticamente la cosa più cool che si possa fare a granada. ha l'orecchio interessato a quello che dico, che non è poco. invece di darmi i soliti quarant'anni che mi danno quasi tutti gli appartenenti al suo sesso, ha mostrato la sorpresa perfetta di fronte ai miei trentaquattro, con il tocco ancor più perfetto del "ma se hai una faccia da bambina..."cosa manca a quest'uomo per essere quello dei miei sogni? non è quello che non ha, il problema, ma quello che ha. la bava. perdio.
per la prima volta in sette anni, sabato ho rinnegato nauseata i miei vincoli con l'argentina. c'era il mondiale di mezzo, certo, ma al quinto "negro di merda torna a tirar su il cotone", ho cancellato dal mio braccio destro la bandiera azzurra e bianca che mi ero fatta dipingere ed ho iniziato a tifare per la costa d'avorio. e non è stato solo perché il lusso di fare il razzista, per della gente venuta in spagna con le pezze al culo come qualsiasi altro immigrante così come per chiunque altro, mi sembri completamente fuori luogo. è stato per l'arroganza con cui, me ne sono resa conto di colpo, questa gente si presenta ovunque, come se il solo fatto di essere argentini facesse di loro degli esseri superiori. caratteristica, peraltro, che li fa odiare in tutta l'america latina. so benissimo, e tant'è che grazie a queste persone ho amato l'argentina come l'ho amata, che non tutti sono così, ma è una triste maggioranza ad esserlo. e io sono stufa, stufa marcia della superbia di gente che fa finta di essere molto più di quello che è solo perché a 13.000 chilometri da casa non c'è nessuno che la possa contraddire.
ultimamente, soprattutto quando mi ricordo del rimpianto provato un paio di mesi fa per la mia tristezza e penso e sento quanto sto male quando questa tristezza ce l'ho addosso e a quello che darei perché se ne andasse, mi viene in mente un profondissimo detto popolare argentino che descrive le persone come me: la gata flora, que si se la pones grita y si se la sacas llora. sono certa che una traduzione sarebbe di troppo.
basta con queste nubi nere che mi aleggiano intorno, basta con i sensi di colpa che non mi lasciano dormire, basta con i pensieri di fuga. basta con le lamentazioni, che di gente che piange per questo e quello ce n'è fin troppa in giro.
è ora di mosche, di noia, di caldo, di passeggiate notturne, di depilazione a oltranza, è ora di canzonacce stimpellate malamente alla chitarra, di libri, di gente, di sorrisi, di parole inutili, di mondiali. è ora di leggerezza.
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