Abbiamo deciso di organizzare una scuola per dipingere ciò che sta a destra e in alto della realtà, lasciando le altre zone ad altri ricercatori.
Si dice che la Grande Dea primigenia, adorata in tutte le culture pre giudaiche, matriarcali o patriarcali che fossero, venisse chiamata anche Grande Creatrice e Grande Distruttrice. In modo piuttosto ovvio, veniva interpretato così il potere femminile di creare la vita e quello distruttivo rappresentato dal sangue che una volta al mese espelleva dal proprio corpo. Lungi dall'essere visto come impuro, vergognoso o repellente, il sangue mestruale era considerato come il liquido più prezioso, dopo l'acqua, donato dalla Grande Madre ai suoi figli. E ogni donna, per il solo fatto di essere tale, era considerata come incarnazione della divinità. Ironico che con l'avvento del dio unico maschile sia stata schiacciata nel ruolo di essere infraumano. Quasi comico che pur costituendo più della metà del genere umano, le donne vengano relegate alla categoria di 'minoranza'. Meno comico è il fatto che solo qui in Spagna ne venga uccisa almeno una alla settimana da chi si considera suo proprietario e non tollera che abbia pensieri o vita propria.
ONTOPOST (bisognerebbe essere ontopsicologicamente iniziati, ma insomma)
Alle volte su questa terra compaiono degli Ontograndi Ontopuffi che cambiano e migliorano considerevolmente la vita di alcuni ontoallocchi attraverso ontorivelazioni, ontopitture, ontocassette (una volta, ora certamente con ontoCD) o, se si è più fortunati, con ontoesibizioni dal vivo all'ontopianola.
Che invidia proviamo verso chi può godere altresì dell'ontocucito e dell'ontotappezzeria, per non parlare di ciò che sentiamo nei confronti di chi riesce, in lontane ontoeurasie, a prendere delle ontolauree con tesi probabilmente del tipo: "L'ontopippa come ontoterapia ontoconoscitiva dell'ontoinconscio ontoipertrofizzato".
Di fatto, e solo per la pura e sincera ammirazione che proviamo verso tutto ciò che è onto, abbiamo deciso di aprire l'Ontobar, dove serviremo ontocaffè, ontobirra, ontopanini, e avremo un gigantesco bicchiere per le ontomance.
Perché il riverito Ontogrande Ontopuffo ci ha insegnato che poco conta quanto ciò che entra nelle ontotasche. Particolarmente nelle sue, dobbiamo dirlo, ma noi siamo buoni ontoalunni.
Il fatto, caro ontolettore che sei riuscito ad arrivare fin qui, è che Ontonino è un ontogenio con gli ontocazzi.
La morte in sé stessa non è terribile. È semplicemente la culminazione della vita. Terribile è invece quello che resta quando qualcuno non torna. I ricordi, il dolore. La colpa, le cose non dette, le cose dette. Il vuoto. 'È esattamente come se mi mancasse un braccio', mi ha detto qualcuno, 'Lo sento, ma quando guardo non c'è più'.
scoprendo quotidianamente che il bisogno d'amore porta ad estremi patetici, mi domando fin dove sarei capace di arrivare per trovare un uomo. ma, soprattutto, mi domando perché l'odore di questo bisogno, che sembra essere primordiale ed evitabile solo a costo di frustrazioni che prima o poi si pagheranno, risulti repellente a chi lo percepisce da fuori, compreso, purtroppo, chi potrebbe soddisfarlo.
Da giorni un'intuizione straordinaria e fondamentale minaccia di invadermi ed è lì, sempre sul bordo della mia coscienza, in attesa. Ma in attesa di cosa? Già basta l'angolo formato da due divani a farmela intravedere. Già il bianco delle pareti per un attimo si popola di immagini piene di ricchezza che immediatamente mi sfuggono. L'odore dell'inverno mi provoca già il brivido di una felicità dai contorni sbiaditi. Già il vecchio e quasi dimenticato anelo senza nome è tornato. Cosa manca a questa maledetta crepa per trasformarsi in breccia?
Camilla
La chiamavano LA NINFOMANE, così, a lettere maiuscole. Quando passava per le strade del paese veniva seguita inevitabilmente da sguardi e bisbigli, anche se non si vestiva in maniera diversa da qualsiasi altra. Non ne aveva bisogno, era come se camminasse con un’insegna luminosa sulla testa. Tutti sapevano, per esperienza propria o per quella di un amico, un cugino, un fratello.
Cosa eccezionale per un paese di poche anime, con un solo cinema e senza la TV via cavo, non c’era cattiveria, nei pettegolezzi su di lei. Veniva più o meno accettata come un personaggio tipico, proprietà privata dell’intera popolazione. Addirittura, c’era chi si ricordava di prima, di quando aveva il suo gruppo di amiche del cuore e nessuno avrebbe potuto asserire di aver ricevuto da lei più di un bacio.
Era stata tutta colpa di quell’uomo. Era arrivato con la sua macchina sportiva, e l’aveva scelta tra tutte per fargli compagnia nell’unica notte che aveva passato all’hotel. L’invidia delle altre era durata solo finché non si era venuto a sapere di quella sete inestinguibile che l’uomo aveva acceso in lei. Allora si erano sentite sollevate per essere scampate al contagio di quel virus che sicuramente veniva da qualche donnaccia della città.
Non le era stato difficile trovare un amante, poi un altro, poi un altro ancora, ma di quegli innumerevoli uomini che venivano accolti nel suo letto, nemmeno uno era mai riuscito a farle raggiungere quel picco che forse avrebbe calmato la sua arsura.
Alla fine era arrivato il giorno in cui il cuore di uno di loro non aveva resistito allo sforzo di compiacerla. L’uomo le era caduto addosso con un ultimo gemito e non si era più mosso. Lei era rimasta ferma schiacciata da quel peso per più di un’ora, prima di spostarlo ed andare a chiamare l’ambulanza.
Il giorno dopo, al funerale, la gente si era straziata di orrore e di piacere parlando della tragedia, ma a molti veniva la pelle d’oca, al pensiero che avrebbero potuto ben esserci loro, in quella cassa intarsiata tanto elegante che la moglie del vice prefetto aveva voluto per far vedere che l’onore di suo marito era ancora intatto.
Se avesse cercato nuovi amanti avrebbe fatto fatica a trovarne, ma non ne cercò più. Aveva quarant’anni, e per tutto il resto dei suoi giorni lottò da sola, soffrendo di terribili sudori notturni che le rubarono molte volte il sonno, ma senza mai cedere alla sete che la divorava.
Eppure, rimase la ninfomane fino a quando esalò il suo ultimo respiro.
L'equivoco
Che cosa fosse il signor Carlo Pellegrini, ragioniere, era ben noto. Lo sapeva sua moglie, che faceva attenzione a spolverare e lasciare sempre perfettamente allineate le sue scarpe. Lo sapevano i suoi colleghi, che evitavano accuratamente di appoggiare anche solo le mani sulla sua scrivania per paura di rompere il perfetto ordine che vi regnava. Lo sapevano i suoi figli quando ogni sera, da domenica a venerdì, alle otto in punto, presentavano i loro quaderni per l’ispezione. Lo sapeva sua madre, che dal momento in cui se ne era andato di casa cambiava tutti i giorni l’orario dei pasti solo per sentirsi libera di farlo. Lo sapeva la sua prima fidanzata, ormai felicemente zitella per non essere mai più riuscita a rispettare un appuntamento prefissato, e che tutte le domeniche, a messa, ringraziava Dio per averle dato la forza di lasciare quella calamità. Insomma, lo sapevano tutti.
Il fatidico giorno, il ragionier Pellegrini era sull’autobus. Una signora con i capelli tinti di biondo e un trucco che non riusciva a nascondere la sua età avanzata lo aveva fissato per lungo tempo senza che lui se ne accorgesse, poi si era girata verso la donna che la accompagnava, molto simile a lei salvo che per il colore dei capelli, e indicandolo poco educatamente con il dito inanellato aveva sibilato a voce abbastanza alta perché tutti la sentissero: “Guardi, signora, quell’uomo si sta mettendo le dita nel naso qui, davanti a tutti! Non c’è più rispetto, le dico. Mi ricorda Sesterzio, il mio primo marito. Si metteva le dita nel naso nella stessa maniera, e io ho sempre detestato quell’abitudine di fare le palline e poi mettersele in bocca. Anche lui era metodico perfino in quello. Uno strazio.”
L’altra donna lo aveva fissato con i suoi occhi freddi, poi si era girata verso l’amica: “A me sembra ripugnante. Ma come faceva a vivere con un uomo che si metteva le dita nel naso davanti a lei?”
Il ragionier Pellegrini si era alzato dal sedile ignorando gli sguardi che tutti i passeggeri, messi in allerta dall’amabile dama, gli stavano puntando addosso, ed era sceso alla fermata successiva. Era rimasto immobile sul marciapiede fino a che era arrivato un tram. L’autista aveva appena iniziato a frenare, quando il ragioniere si era inaspettatamente buttato sui binari, morendo sul colpo appena le ruote di ferro gli avevano squarciato il petto. Nessuno seppe mai la ragione di quel gesto, né la moglie, né i figli, neppure i colleghi del ragionier Pellegrini. Naturalmente, se fossero stati al corrente dell’umiliante scena di cui il ragioniere era stato protagonista avrebbero pensato che si era suicidato per la vergogna. Ma si sarebbero sbagliati.
Infatti l’universo del ragionier Pellegrini si era distrutto in mille irrecuperabili frammenti solo nel momento in cui, una volta sceso dall’autobus, la parola metodico aveva penetrato la sua distratta coscienza. In un lampo tutta la sua vita gli era passata davanti, e per la prima volta si era reso conto di non poter negare i fatti. Al medesimo tempo, aveva capito che non voleva andare avanti, che non avrebbe mai potuto accettare di non essere quello che aveva sempre creduto di essere. Ma cosa, cosa pensava di essere?, si sarebbero domandati tutti, forse con l’eccezione dei bambini, se avessero saputo di quell’angoscioso stato d’animo.
La verità è triste. Perché il signor Carlo Pellegrini, ragioniere, per qualche misteriosa ragione aveva sempre creduto di essere la personificazione del genio e della sregolatezza, come un Rimbaud dei numeri, o un Jim Morrison della partita doppia. E quando il sottile velo di menzogna in cui la sua psiche lo aveva tenuto avvolto da sempre si era strappato sotto il peso della cruda realtà, la vita aveva perso ogni senso.
La storia del ragionier Pellegrini è senza dubbio tragica, innegabilmente patetica, per qualcuno forse commovente, ma in alcun modo originale. Non è che un esempio fra i molti di quanto sia pericoloso confondere la merda con il cioccolato, la merda con l’oro, la merda con la fortuna. Soprattutto se la merda risultiamo essere noi.
l'ora è tarda. i piccoli dovrebbero essere a letto a sognare piccoli sogni. i grandi dovrebbero essere qui a condividere grandi pensieri. invece, i piccoli sono a letto a sognare grandi sogni e i grandi sono qui a condividere piccolissimi pensieri.
tollero sempre meno i punti esclamativi.
senza un piede in temporaneo disuso non avrei mai raggiunto cotanta profondità. sono preda della margheritudine.
IL CREPUSCOLO
Se saranno cambiate le cose. Il paese stesso, ormai non è più quello di prima. Hanno cominciato ad arrivare facce nuove e, come dire, hanno un’aria diversa, perfino un colore della pelle diverso. E’ tutta gente che è venuta a lavorare nel pozzo, e si sono portati le mogli, i figli piccoli. Sono pallidi, tutti, gli si vede negli occhi che arrivano da qualche città. E poi, non ti parlano. Ed è strano, perché qui siamo sempre stata gente amichevole, tra di noi, con quelli di fuori. Qualche problemino c’è stato, non dico di no, come quella volta che… ma non la annoierò con storie da vecchio, che ovunque si vada sono sempre le stesse.
A me questo posto è sempre piaciuto, ma non com’è adesso, com’era prima, quando io ero un ragazzino e mi succedevano milioni di cose in posti che non esistono più. Quasi tutti i miei ricordi dell’infanzia ormai non li so più trovare, da tanto che sono cambiati i dintorni. Per esempio, e questo glielo racconto perché è mio e non un pettegolezzo, mi persi nel bosco, che sono quei quattro alberi che sopravvivono dietro la scuola. Fu una grande avventura. Avevo nove anni, e per tre giorni andai in giro per quella che mi sembrava una giungla, svenendo dalla fame, a un certo punto pensavo che sarei morto, che non mi avrebbero mai trovato. E quando alla fine sentii che mi chiamavano, pensai che ero un eroe per essere sopravvissuto. In realtà non mi ero allontanato più di centocinquanta metri, ma mi muovevo in tondo e avevo perso il senso dell’orientamento. Non ce l’ho mai avuto, di fatto. Anche la volta in cui dovetti andare a prendere la levatrice, quando Agustina, la mia signora, ebbe Agustin, e non mi guardi che l’idea del nome non era mia, mi persi. Fortuna che incontrai Luis, quello delle pompe funebri, fu lui a dirmi che avevo preso la strada sbagliata, sennò, io non me ne ero neanche accorto. E quando Agustina morì, fu proprio lui a portarla al cimitero, con il carro. Era un carro funebre con tutto in regola, quello, era poco che Luis se l’era comprato, ed era lucente come uno specchio. Ma quando mi aiutò con la storia della levatrice aveva ancora il cavallo, un baio ancora giovane e forte. Quando morì anche il cavallo, un mese prima di Agustina, più o meno, Luis si comprò il carro e lo portò al cimitero, esattamente come se fosse stato una persona. Alla sepoltura fece un discorso. Lei non ci crederà, ma il cimitero era pieno di gente, erano venuti perfino dal paese di fianco. E’ che tutti volevano fare bella figura con Luis. Tutti dobbiamo morire, prima o poi, e non c’erano altre pompe funebri nel raggio di duecento chilometri. E poi finiva per essere come uno della famiglia. Dopo morti, conosceva i tuoi genitori meglio di te, perché era sempre lui che li vestiva e li truccava per la veglia. La sua era un’attività piccola, perché qui di gente ce n’è poca e non aveva abbastanza entrate da pagare un impiegato. Sì, mi ricordo, c’era una ragazza che andava una volta alla settimana a sbrigargli la corrispondenza e a mettere a posto i conti, ma ho sempre sospettato… Era un buon tipo, Luis. Aveva sua moglie, le sue due figlie, era un uomo di famiglia. E mi faceva un po’ pena. Davvero. Perché mi ricorderò sempre quella volta in cui ero rimasto senza la mia macchina, che aveva quasi la stessa età del cavallo, che era quasi in età da pensione, e Luis mi accompagnò con il carro. Mi era piaciuto sedermi così in alto e muovermi così lentamente, guardando il cavallo che pestava gli zoccoli senza fretta e le Pampas che sembravano veramente non finire mai. Non so perché dissi che il suo era un bel lavoro. Lui guardò indietro, verso dove appoggiava le bare, e mi disse: Sai quanti amici ci ho portato?
Per questo mi fa pena, perché alla fine, quando morì, le figlie avevano già venduto le pompe funebri e lui, lui, al cimitero ce lo portò un estraneo. A me succederà la stessa cosa, e questo mi preoccupa molto. Perché gliel’ho già detto, quello che ti seppellisce deve essere come uno di famiglia. Ci ho pensato molto, non si sbagli, e sono arrivato a questa verità, che è sacrosanta: nessuno di cui io non conosca virtù e difetti ha il diritto di vedere i miei testicoli quando io non sarò più lì a difenderli.
Quindi, voglio che lei sappia che il mio nome è Arturo Gòmez, che sono nato in questo paese nell’anno 1926, e che voglio che sia lei e nessuno altro a scrivere la data della mia morte. E voglio che lei stesso mi vesta e mi trucchi. So che lo sa fare, mi sono informato, anche se prima di venire in queste pompe funebri l’hanno cacciata da un’altra impresa perché non faceva bene il suo lavoro. Come può vedere, sapevo in anticipo che lei è pigro e negligente. Adesso so anche che sa ascoltare. Arrivederci.
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