Abbiamo deciso di organizzare una scuola per dipingere ciò che sta a destra e in alto della realtà, lasciando le altre zone ad altri ricercatori.
ho capito. sarà anche una di quelle illuminazioni etiliche che ad un secondo sguardo sembrano delle minchiate, ma per adesso ho capito. mi mancano i punti di riferimento quotidiani. non ho un centro commerciale, non ho un bar, non ho una piazza o un parco dove andare quando le cose vanno bene, quando vanno così così, quando vanno di merda. in questa piccolissima città sono persa peggio che in una metropoli popolata da milioni di persone. ciò mi dà la dimensione del cambiamento traditore avvenuto in me. io ho sempre, e dico sempre, trovato un rifugio in ogni luogo in cui mi sia trovata a vivere. meno che qui a granada, dove l'unico riparo che trovo è quello di casa mia, che per quanto carina ha il lato negativo di portarmi verso il consumo smodato di alcolici in orari in cui neppure i protagonisti dei racconti di carver berrebbero. qualcosa non va. decisamente qualcosa non va.
appollaiata sul sottile davanzale della mia terrazza, guardo le colline e le rondini che volteggiano folli a pochi metri da me. pueblo è sdraiato ai miei piedi, come spesso accade. che pulita è la mattina presto, l'aria fredda che penetra attraverso il mio maglioncino inadeguato sa di nuovo. il cielo promette uno di quegli azzurri che sfuggono ad ogni descrizione. nessun veleno mi contamina. capisco che è arrivato il momento di rinascere.
ma io mento nello scrivere di persone di cui non mi frega assolutamente niente. e mento perché non c'è nulla che muova qualcosa dentro di me. muoio, di nuovo, e vorrei solo capire perché.
più passano i mesi più mi rendo conto che granada è un posto per molto giovani o per molto vecchi. quando dico molto giovani mi riferisco all'età erasmus, di cui c'è un sovraffollamento spaventoso, sopratutto di italica provenienza. ogni angolo del centro è pieno di studenti al cazzeggio, che passano i mesi di questa falsa borsa di studio riservata alla medio alta borghesia ubriacandosi a poco prezzo nelle piazze destinate al botellón, o nei bar, o a casa di qualcuno, poco importa. l'importante è che per la durata della loro permanenza non aprono un libro, non imparano dello spagnolo altro che una cerveza por favor, scopano il triplo che a casa. ci credo che poi non se ne vorebbero andare mai più...
dall'altro lato della barricata gli anziani locali, totalmente a loro agio in una città di centomila abitanti, per di più divisa nettamente in quartieri dove tutti sanno tutto di tutti e ne parlano continuamente, piena di panchine e di fontane, con tre cinema e due teatri che fanno sostanzialmente classici, con il verde urbano ammaestrato e rinchiuso in aiuole da cui persino l'erba è stata bandita.
e gli altri? non ne ho la più pallida idea. per la strada è difficilissimo incontrare qualcuno con più di ventotto anni e meno di sessanta, il che mi fa sentire alternativamente una vecchia decrepita e una bimba.
pueblo è tornato. grazie.
così come è comparso, è sparito. l'ultima cosa che ho visto di lui è stato il suo allontanarsi al trotto ignorando il mio: dove vai? non era la prima volta, le nostre strade si erano già spesso separate sull'uscio di casa, per il disaccordo sul momento del ritorno. un po' di innocua e sacrosanta libertà, ho pensato. tra una mezz'ora tornerò giù e sarà lì ad aspettare, quando mi vedrà scodinzolerà come se fossero secoli che non ci vediamo. ma così non è stato. sono scesa decine di volte, e non c'era. ho percorso decine di strade, fischiando, chiamando... niente. pueblo sembra essere svanito nel nulla. ho un brutto, bruttissimo presentimento. la mia unica speranza è che fino ad ora assolutamente nessuno dei miei brutti presentimenti si è mai verificato. il destino voglia che si tratti di un amore primaverile corrisposto. lo chiedo per favore.
vado a rileggere gli scritti del mio anteriore alter ego e, oltre all'ovvia nostalgia, la lettura mi porta una riflessione nuova. che piccolo è diventato il mio mondo. da mesi non sono più capace di guardare quello che mi circonda con occhi vergini, capaci di sorpresa. da mesi non guardo più i miei simili se non in circostanze piattamente abitudinarie. e penso a quanto è subdola la natura, che ci fa cambiare senza che ce ne rendiamo conto. la paura è ormai parte del mio quotidiano, tanto che da due giorni manco ai miei obblighi a causa sua. scopro che il mio uomo, pensando che io non ci sia, allunga smisuratamente la sua assenza da casa senza che la cosa abbia il minimo effetto su di me. mi sento indegna, in questo momento, perfino della gelosia. per l'ennesima volta, non so più chi sono.
mi sono spesso chiesta fino a che punto la mia natura, sempre troppo compiacente verso il prossimo, avrebbe lasciato che io fossi utilizzata in certi casi e ignorata in altri, da persone che asserivano di provare autentico affetto nei miei confronti. la risposta è: fino al punto raggiunto ieri. la porta si è finalmente chiusa, e non si riaprirà.
mi concentro sulle piccole, piccolissime cose della vita. il mio telefono, per esempio, (modernissimo apparato ereditato dai precedenti inquilini insieme a una bolletta di centosettantatre euro) che fra altre funzioni che non so usare mi dice quale numero mi sta chiamando, riceve messaggi scritti ed ha la suoneria a scelta, ogni tanto decide che il tempo è un'invenzione priva di significato, per cui all'improvviso le due del pomeriggio sono le nove di sera. così, senza ragione. mi scopro ad invidiare la sua libertà, perché io so sempre che ora è anche se sono anni che non possiedo più un orologio. e sono incapace di arrivare in ritardo. ed ogni appuntamento è un impegno improrogabile anche se in quel momento vorrei essere morta.
scopri che la paura è come l'acqua, si insinua in ogni meandro lasciato libero dal raziocinio. è bastata l'esperienza di un amico a farti rapidamente cadere. stai camminando e un pensiero qualcunque ti fa sentire di non poter più respirare. stai respirando benissimo, in effetti, ma quel peso momentaneo sul petto ha già scatenato il cuore che batte all'impazzata, e all'improvviso tutto è una minaccia. la strada è troppo lunga, il cielo troppo grande, la terra troppo dura, e il cuore batte sempre più forte e senti che se non stai morendo stai diventando pazza. da quel momento, tutto ciò che per gli altri è normale, per te non lo è. perché non sai più addormentarti con quella gioia naturale che hai sempre provato davanti al sonno, ma devi concentrarti per non lasciarti sopraffare dal terrore. perché sederti al volante di una macchina è paragonabile a metterti ai comandi dell'enterprise, perché due scene di un film possono far partire la tachicardia, perché un formicolio lungo il corpo è più di quanto tu possa tollerare. chiami una psicologa con cui ti sei ubriacata mesi fa. tutta la tua serenità dipende da quell'incontro. speri che lei sia sobria. su te stessa, non dai più garanzie.
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