teoria del tunnel

Abbiamo deciso di organizzare una scuola per dipingere ciò che sta a destra e in alto della realtà, lasciando le altre zone ad altri ricercatori.

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Blogger: alamo_carolina

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giovedì, 31 marzo 2005

visita materna quasi lampo , finita stamane alla fermata dell'autobus per l'aeroporto, mi lascia con una tachicardia in meno e con un vuoto in più. sarà l'età, ma ormai soffro pensando che non so quando ci rivedremo.  mi sembrano follia i tempi in cui accettavamo allegramente che io stessi a tredicimila kilometri di distanza sentendoci una volta ogni tre mesi al telefono. se non sono rimasta a guardarla salutarmi dal finestrino con quell'espressione che ha a volte, che le fa venire mille rughe sulla fronte e trasforma i suoi occhi una volta da tigre del bengala in due pozzi gialli di sentimentalismo, è solo perché pueblo tirava disperato per andare a salutare una cagnetta che poi lo ha cacciato con assai poca educazione. mi sento così adulta, in ritardo, pensando  che non mi dispiace  più se le sue scelte di vita comprendono razioni quotidiane di televisione e pessimi libri, se  da donna monolito si è trasformata in donna salsiccia con una straordinaria propensione al pettegolezzo malevolo, se ha scelto di invecchiare sui campi da golf, se per lei è molto più importante il problema delle precedenze sulle rotonde della guerra in irak o delle armi nucleari in corea. una volta avevo una madre  bella come un piccolo sole,  granitica nei suoi ideali,  provata dalla vita. adesso ho una mammà a cui cade il collo, con un mondo minuscolo,  felice.  accetto volentieri lo scambio.

Postato da: alamo_carolina a 14:25 | link | commenti |

giovedì, 24 marzo 2005

è indubbio che ci sono suocere e suocere. la mia ex suocera, l'unica in effetti a rientrare a pieno titolo in questa categoria, è una persona meravigliosa. l'ho amata dal primo giorno, quando, io persa in una buenos aires troppo grande per le mie capacità mentali, e senza una valigia, mi diede con tutta la generosità possibile vestiti, cibo, chiacchiere, affetto, senza avermi mai visto prima. è la persona da cui sono corsa più spesso quando il mondo mi terrorizzava. la persona che stringendomi a sé mi ripeteva come un mantra che a tutto c'è rimedio. la persona che nonostante la rottura drammatica che ha ridotto per molto tempo suo figlio a uno straccio è capace di capire e  di dirmi che mi vuole bene. forse non la rivedrò mai più. il pensiero mi spezza il cuore.

Postato da: alamo_carolina a 20:01 | link | commenti |

dall'orrore umano all'orrore divino, quasi senza soluzione di continuità. la semana santa, qui nell'andalusia profonda, è un momento atteso per tutto l'anno a causa di un solo genere di evento, terrificante: le processioni. per mesi decine di personaggi di dubbia autostima si sottomettono a lunghissime prove notturne ed infrasettimanali di trasporto dell'altare su cui nella rappresentazione finale campeggeranno, a seconda della cofradía: gesù salendo sul calvario con la croce, la madonna delle angosce (di grande successo in questi luoghi), gesù in momenti migliori cioè in grembo a mammà, la madonna dei sette dolori (perché per noi donne la sofferenza è costante e d'obbligo), gesù risorto, più  altre versioni di entrambi a me sconosciute. dopodiché, se il tempo è clemente, perché se piove le pesantissime statuette si sciolgono unendosi alle lacrime copiose dei fedeli defraudati del loro momento di vicinanza a dio, parte questa marcia a tempo di una musica che fa inevitabilmente pensare alle tecniche di lavaggio del cervello. quattro ore dura ogni processione, accompagnata dalla banda che per tutte e quattro le ore emette una melodia sempre uguale a se stessa, che avrebbe come scopo quello di guidare il passo di coloro che sudano come dei dannati, anche se probabilmente non bestemmiando, sotto il telo con cui è stato addobbato l'altare, ma che secondo me è studiata attentamente per mantenere gli astanti inchiodati ai lati della strada sbavando al pensiero di potere un giorno, se non stare sotto il telo dell'altare a farsi venire il callo a una spalla, privilegio a quanto pare dipendente dalle capacità di corruzione di ciascuno, per lo meno  mettersi uno di quei simpatici costumi con cappuccio a punta, che ricordano tanto quella società così carina che c'era una volta, come si chiamava? ah,  ku klux klan.

Postato da: alamo_carolina a 19:10 | link | commenti (2) |

mi capita per caso tra le mani le centoventi giornate di sodoma di de sade. ovviamente non mi appartiene, ma lo trovo lì, sono annoiata, mi viene in mente il film di pasolini, decido di leggerlo. riesco a passare di filato le prime quarantacinque pagine, poi salto al finale perché ricordo del film, ma potrebbe essere più che un ricordo un desiderio, una finale rivolta delle vittime. dopo aver chiuso finalmente il libro, senza che la rivolta che volevo si sia verificata,  le uniche parole che mi rimbalzano in testa sono: mio dio. al confronto il film di pasolini, che già mi aveva colpito moltissimo dieci anni fa, è una favola per bambini.  che essere umano degno di tale nome potrebbe concepire quegli orrori, oltretutto come base del piacere ?  inventarsi torture così mostruose, così variate, così numerose... quasi tutte, peraltro, destinate a donne e bambini. poche volte in vita mia mi sono sentita così male, anche a causa dell'impotenza provocata dai 200 anni che mi separano da quella cosa schifosa che è stata de sade e dal fatto che la sua fine in manicomio è stata troppo misericordiosa. si sarebbe meritato che quelle torture le applicassero a lui.

Postato da: alamo_carolina a 13:24 | link | commenti (6) |

martedì, 22 marzo 2005

Lo penso sempre e non lo dico mai: ma quanto poco mi frega dei pomeriggi di shopping delle/i adolescenti... quanto poco mi frega dei voti a scuola... quanto poco mi frega delle cotte per tizia/o o per caia/o (che comunque hanno sempre dei soprannomi allucinanti). Quando io scrivevo queste cose, avevo per lo meno il buon gusto di non infliggere i miei noiosissimi pensieri ad altre anime innocenti da peccato. I due o tre che leggeranno questo mio sfogo penseranno:  che acidità fine a se stessa, inutile, ormai così poco originale in questo spazio tanto competitivo quanto qualsiasi altro di questo mondo. Senza dubbio. Ma perché devo sciropparmi le stronzate di chiunque abbia voglia di pubblicarle, senza protestare?

Postato da: alamo_carolina a 18:46 | link | commenti |

“Se all’uscita dalla prigionia mi aveste chiesto: ti hanno torturato molto? Vi avrei risposto: sì, tutti e tre i mesi senza tregua.”

 

 

“Se quella domanda me la fate oggi, vi posso dire che presto compierò sette anni di tortura” (Miguel D’agostino – Fascicolo Nº 3901).

 

Postato da: alamo_carolina a 15:14 | link | commenti |

sabato, 19 marzo 2005

Una stanza ammobiliata. A destra, la porta del bagno.

 

 

 

 

 

 

Donna – La vita ormai è un’altra. Ormai non penso più a cosa è successo un anno fa, per esempio.

 

 

Uomo – Come fai? Così è tutta vita persa.

 

 

Donna – No, si accumula, ma in un altro modo.

 

 

Uomo – Ma tutto diventa ozioso. Ti ricordi della storia dell’albero che cade nella foresta? Se...

 

 

Donna - ...nessuno lo vede, non è caduto.

 

 

Uomo – Appunto. Se non ricordi, è come se le cose non fossero successe. Io mi scrivo tutto, per non dimenticarmi.

 

 

Donna – E ti ricordi davvero? L’episodio, le emozioni, se c’era dell’erba, la moquette?

 

 

Uomo – A volte.

 

 

Donna – Allora alla fine anche tu perdi i ricordi. A volte. Io scelgo di non pensarci. Gli occhi fissi in avanti, sempre.

 

 

Uomo – E giù non guardi? E se inciampi?

 

 

Donna – Magari cado, e poi mi alzo. Ma la testa sempre alta.

 

 

Uomo – Una volta ho visto un uomo cadere dagli scalini del tram. Ho riso forte. Dopo cinque minuti è arrivata l’ambulanza e lo hanno portato via in barella.

 

 

Donna – Sei stato molto male?

 

 

Uomo – Più che altro mi sono reso conto che ho problemi di tempismo. Sai che ieri notte ho sognato di spostare un televisore con la forza del pensiero? In realtà non sono mai riuscito a piegare neppure un cucchiaio.

 

 

Donna – In casa di mia nonna c’erano dei cucchiaini piccolissimi. Mio nonno mi lasciava un po’ di zucchero in fondo alla sua tazzina del caffè, così io lo raccoglievo con uno di quei cucchiaini e provavo il sapore. È morto quando avevo otto anni. Mia nonna si è risposata. Gli volevo bene.

 

 

Uomo – Le storie familiari mi annoiano. Non conosci qualche favola?

 

 

Donna – Solo quella del pifferaio magico. Non mi piace. E se andassimo a bere qualcosa?

 

 

Uomo – Perché no? Ma mi devo cambiare. Se ci imbarcassimo su una nave, quanto tempo resisteremmo in mare aperto, prima di voler toccare terra?

 

 

Donna – Poco. Non mi piace il mare. Mi dà la sensazione di volermi ingoiare.

 

 

Uomo – A me dispiace che non si possa più credere alle sirene. Erano una consolazione.

 

 

Donna – Invece l’odore delle alghe mi piace. E anche immaginarmi i giardini sottacqua.

 

 

Uomo – Non potrai mai vederli, se non ti piace il mare. Li vedrò io e poi te li descriverò. Due occhi non vedono peggio di quattro.

 

 

Donna – Sto diventando miope, i contorni delle cose sono sfocati. Se peggioro un po’ il mondo sarà molto bello.

 

 

Uomo – Anche i miei contorni sono sfocati?

 

 

Donna – Quando io sono qui e tu sulla porta. Mi piace guardarti così.

 

 

Uomo – Io ti vedo sempre benissimo. I tuoi nei, le tue labbra, le tue spalle.

 

 

Donna – Ho anche altre parti, guarda. Ho delle mani intelligenti. C’è chi ha mani belle e chi mani capaci. Eccole qui. E tu? No, tu... non so.

 

 

Uomo – Ho una linea della vita molto lunga. Mi hanno letto la mano, una volta. Vivrò fino a 95 anni e non avrò mai problemi economici.

 

 

Donna – Quanto hai pagato?

 

 

Uomo – Niente. Per questo credo che sia vero.

 

 

Donna – Anch’io ho una linea della vita lunga.

 

 

Uomo – E delle dita stupende.

 

 

Donna – No.

 

 

Uomo – Non vuoi.

 

 

Donna – Non è che non voglia. Voglio sempre, e ti voglio bene. Ma oggi no.

 

 

Uomo – Vuoi andartene?

 

 

Donna – Assolutamente no. Sarò sempre qui, inchiodata al pavimento come le oche con cui fanno il paté de foi grois. Sì, usciamo. Un rosso in bicchiere di cristallo, con quel color rubino che ti dispiace bere l’ultimo sorso da quanto è bello. Possiamo restare finché iniziano a tirar su le sedie e a guardarci male. Domani vorrei avere delle occhiaie nere e profonde che dicano: neanche il tempo di andare a letto, che mi sono dovuta alzare. Potergli dire: voi non sapete la notte che ho passato.

 

 

Uomo – Basta che non andiamo a ballare. Non ho mai imparato. Cosa ti metti?

 

 

Donna – Qualcosa che ti piaccia.

 

 

Uomo – Adesso sei bellissima.

 

 

Donna – Adesso sì.

 

 

Uomo – E da vecchia sarai una faccia rugosa in un corpo minuscolo.

 

 

Donna – E tu sarai grasso.

 

 

Uomo – Può darsi, mio padre lo è.

 

 

Donna – Avevo un’amica grassa. Non tanto fuori quanto dentro. Era molto infelice. Mi piacerebbe andare a ballare. Ore ed ore con gli occhi chiusi, preoccupandomi solo della musica, come se fossi sola al mondo.

 

 

Uomo – E io?

 

 

Donna – Potresti guardarmi. Potresti passare tutta la notte a desiderarmi.

 

 

Uomo – Ma da lontano.

 

 

Donna – Sarebbe meraviglioso, domani, dirgli: ieri notte mi hanno desiderato fino alla disperazione. Ti ricordi quando mi hai detto che mi avresti desiderato sempre e comunque?

 

 

Uomo – Pensi che farà freddo?

 

 

Donna – Perché non me lo dici adesso?

 

 

Uomo – Pensavo di mettermi la camicia bianca.

 

 

Donna – Potrò ancora fare l’albero? O cadrò su un fianco?

 

 

Uomo – Ma potrebbe far freddo...

 

 

Donna – E se non mi vede nessuno, sarò lì per dire: anche se non mi avete visto, quest’albero è appena caduto.

 

 

Uomo – Con tanta escursione termica...

 

 

Donna – Ho questo livido sul braccio sinistro per dimostrarlo.

 

 

Uomo – Bisognerà coprirsi.

 

 

Donna – Sarà sempre il braccio sinistro.

 

 

Uomo – Allora la giacca di cuoio nera. Mi dà una cert’aria...

 

 

Donna – Sai la specializzazione in cadute per asimmetria che avrò.

 

 

Uomo – Magari imparo a ballare. Me ne bevo un po’ e mi dimentico delle occhiate.

 

 

Donna – Sì. Questa sarà una notte da ricordare.

 

 

Postato da: alamo_carolina a 14:37 | link | commenti (1) |

mezzogiorno dedicato al giardinaggio: una petunia piccolina, un'ortensia enorme sono la mia gioia e il mio orgoglio. ora che ci penso, tutti vegetali con nome di donna. parlando, nuovamente, di nomi.  comunque, tutta un'avventura, visto che tra le mie mani le piante di solito agonizzano penosamente per qualche giorno e poi si lasciano morire.  ma stavolta mi sono impegnata seriamente. semina, trapianto, innaffiatura, tutto freddamente calcolato.  gli ho anche messo beethoven, non si sa mai. godo di qualche ora di meritata ed agognata solitudine e scopro che le attività manuali che richiede la casa sono dei buoni lenitivi per l'anima disorientata.  oggi di pensieri angoscianti non se ne parla. una birra al fianco, una tastiera e uno schermo che appartengono solo a me, parole su cui nessuno che io non abbia scelto poserà gli occhi, nessun impegno improrogabile con mani che fingendo di essere quattro sono due. questo è quello che oggi chiamo libertà.

 

Postato da: alamo_carolina a 13:53 | link | commenti (2) |

giovedì, 17 marzo 2005

cambio nome, pelle, tutto. e mi domando perché sia così difficile il rispetto della libertà altrui, degli spazi, dell'intimità. mi domando perché sono stata costretta a questa fuga. c'è una nota stonata in tutto questo sogno a due che si sta trasformando nella parodia di un incubo. il futuro ha davvero questa cattiva abitudine di presentarsi agli appuntamenti in ritardo e con addosso i vestiti sbagliati.

Postato da: alamo_carolina a 13:13 | link | commenti (2) |

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